Mi sveglio la mattina presto, debole ma senza febbre. Decido di partire. Mi muovo lentamente, carico la moto a puntate. Pago l’albergo e metto in moto la Bullet. Al benzinaio sono costretto a spegnerla. Non riparte. Due tentativi e pausa. Altri due tentativi. Pausa. Mi gira la testa. Finalmente si mette in moto. Con la scusa di scaldarla aspetto cinque minuti. Poi mi metto in viaggio.
Per fortuna la strada è discreta e il traffico non è dei peggiori. Poche soste, mangio avidamente dei biscotti (ero a digiuno da 24 ore) e mi avvicino a Jaipur e i suoi aquiloni. Nelle soste lascio il motore sempre acceso; l’idea di cimentarmi nuovamente con la messa in moto a pedale non mi entusiasma assolutamente. Scatto poche foto. Continuo a muovermi e a guidare lentamente. Sono in riserva. Arrivo nell’albergo in cui ero stato all’andata. Mi sento a casa. Vorrei che qualcuno inventasse una parola. Per esprimere quel senso di familiarità che, durante un viaggio, si prova per una zona piccolissima, conosciuta nei dettagli, in un posto completamente ignoto. Mi riconoscono, mi fanno le feste. Scarico la moto, mi butto a letto, dormo sino alla mattina dopo, senza mangiare. Mi sveglio col sole che entra nella stanza, riposato e affamato. Passato tutto! Euforico, ma non tanto da fare una colazione indiana: the e biscotti. Prendo la moto, e mi lancio a vedere quello che mi era sfuggito la prima volta.
Il Jantar Mantar, un osservatorio astronomico del diciottesimo secolo! Con strumenti di pietra per puntare e misurare la posizione di stelle e pianeti a occhio nudo. E misurare l’ombra del sole e della luna. Con i gradi incisi con preci-sione incredibile nel marmo ancora bianco. Una costruzione per ogni costellazione. Provo a immaginare il fondatore di Jaipur camminare in una notte senza luna per questo immenso osservatorio traguardando stelle, prendendo misure, in un buio non disturbato dalla luce elettrica.
E poi la casa delle donne, il palazzo dei venti, l’Hawa Mahal. Una grande facciata in arenaria rosa, una prigione dorata da cui le donne dell’harem potevano spiare attraverso mille buchi o piccole finestre, non viste, la vita della città. Da una di queste finestrelle scatto delle foto a una donna, vestita in modo splendido, che lavora in un cantiere, trasportando sassi sulla testa, in un’ampia ciotola di metallo. Mentre si sistema il panno sulla testa noto che ha le braccia piene di bracciali.
Poi lei si accorge che gli uomini che stanno lavorando sono in difficoltà, prende una pala, scende nella fossa e si mette a scavare con energia.
I bracciali luccicano al sole.
Una regina che scava.
Di nuovo mi aggiro, senza parole, e senza nessuno a cui dirle, in un mondo che appena intuisco.
Mi avvio verso il bazar, che comincia ad essermi familiare. Combatto la malinconia comprando aquiloni colorati. Tornando in Italia li ho distribuiti a tutti i ragazzini che conosco, tra i cinque e i quattordici anni. E uno è appeso nella mia stanza.
Malinconia?
Domani si parte.
Per tornare.
A tutto quello che ho lasciato dietro le mie ruote.