Sono atterrato a Delhi due volte e il mio vero arrivo in India coincide con il secondo atterraggio. La prima volta, venivo dall’Italia, viaggiavo con un amico, e
avevamo un impegno di lavoro a Calcutta,
preceduto da una visita turistica ad Agra.
Avevamo affittato una macchina con
autista che ci ha accolto fuori dall'aereporto
di Delhi. Un viaggio sino ad Agra,
dove il Taj Mahal ha tolto il fiato a entrambi,
poi la stessa macchina ci ha tranquillamente riportati a Delhi, un aereo per Calcutta, dove un’altra macchina ci ha accolto all’aeroporto. Scortati, accuditi, protetti. Tutto veramente molto facile, non c’è stato un vero contatto con l’esterno. Ogni cosa si è svolta senza nessun problema; l’attività lavorativa, per quanto importante di per se stessa, è irrilevante ai fini del
viaggio in moto. Unico contributo significativo al
viaggio sono le ore spese a Calcutta, ore che
concorrono, fraudolentemente, a raggiungere il
fatidico 700, e una bronchite fulminante che ha
fatto sì che la mia partenza in moto avvenisse in
condizioni fisiche non ottimali.
Chi ben comincia…
Iprimi due giorni a Calcutta li ho passati in
albergo con 40 di febbre. Poi mi
sono alzato, sono riuscito a fare quello quello che dovevo fare, e la sera
sono ripartito per Delhi con il mio amico...
Durante il volo dormo per tutto il tempo, finalmente senza febbre.
Dopo l'atterraggio ci separiamo. Intuisco che lui è vagamente preoccupato per me, ci salutiamo affettuosamente. Lo vedo avviarsi verso le partenze internazionali mentre io mi dirigo, per la seconda volta in pochi giorni, verso l’uscita.
Avverto sensazioni contrastanti. Da un lato sono eccitato all’idea di cominciare il mio viaggio, dall’altro, con la separazione dal mio amico era caduto l’ultimo elemento di compagnia. Ero, nel bene o nel male, solo.
D’altronde era quello che volevo.
Solo, quindi.
E la cosa
sarebbe durata per le prossime tre settimane.
Sono molto stanco: è quasi mezzanotte e mi sto ancora rimettendo dalla bronchite. Ma sono anche pieno di aspettative. Recupero
dal deposito bagagli l'enorme valigia che
contiene il casco, gli stivali e tutta
l'attrezzatura per il viaggio ed esco dall’aeroporto. Mi muovo in modo confuso, impacciato dai bagagli e dalla solitudine.
Eludo all’ultimo istante una truffa,
prendo un taxi regolare a un terzo del prezzo
che mi avevano chiesto, uso il mio navigatore
per portare il tassista al mio albergo (!), in un
vicolo di Karol Bagh, un grosso quartiere di
Delhi. Strani odori, mucchi di immondizia per la strada, una stanza piccola, non pulitissima, senza acqua calda.
Mi sento a disagio.
Bene.
Ora ero finalmente arrivato.
E il giorno dopo avrei preso la moto.
La stanchezza mi aiuta a prendere sonno.
Ma, malgrado il fuso, mi sveglio presto. Sono
agitato.
No.
Emozionato.
Una piacevole sensazione.
Mi alzo, apro i bagagli, considero vagamente
preoccupato la quantità enorme di cose che mi
sono portato dietro. Faccio colazione ed esco in
cerca della mia moto. Dopo qualche piccola
disavventura trovo il mio negozio: Mukesh
Motors, affiancato da negozi simili, facilmente
individuabili tramite le decine di moto
parcheggiate in mezzo alla strada. Il negozio si
rivela completamente differente dalla pagina Web
che lo pubblicizza. Una minuscola stanza senza
porta, a cui si accede a fatica, scavalcando le
moto schierate lì davanti, quasi a difendere
l'ingresso. Ma ho smesso di preoccuparmene. Il
mio sguardo è catturato dalle ventidue Royal
Enfield allineate su tre file lì davanti.
Cromate, con selle a molla, alcuni modelli più
vecchi restaurati in modo perfetto. Incontro il
proprietario, J.P., mi descrive la moto,
spiegandomi che ha fatto il cambio dell'olio,
che ha messo i copertoni nuovi e controllato i
freni. Sul minuscolo tavolino del suo ufficio
compare il mio kit di emergenza: uno straccio
lurido pieno di attrezzi. Una veloce lezione di
guida, in cui imparo a passare col rosso, andare
contromano, e suonare in continuazione. Poche altre
istruzioni, una caparra, e la moto è nelle mie
mani. Breve giro di festeggiamento. Giro
in tondo per Karol Bagh senza motivo.
Cautamente. Sono stanco, e il traffico è
terribile e gli antibiotici si fanno sentire.
Torno in albergo, comincio ad organizzare il
bagaglio. Vado a letto stanchissimo.
Mi sveglio presto, faccio una colazione abbondante, prevenendo l’aleatorietà del pranzo. Una vecchia abitudine nata in altri viaggi lontani.
Il mio piano per la prima parte del viaggio
era semplice: l’idea era quella di infilarmi
nella catena dell'Himalaya seguendo il Gange. E così ho
fatto. Ho caricato la moto, sistemato il GPS,
provato la tuta (i pantaloni non me li ero mai
messi) e sono partito verso nord-nord-est.
Destinazione Haridwar, 240 Km, dove il Gange
esce dall’Himalaya, una località importantissima
per gli Induisti. Milioni di persone vanno lì
per bagnarsi nel fiume sacro.
Primo problema. Dovevo praticamente attraversare
Delhi (22 milioni di abitanti).
Carico, impacciato dalla tuta, assordato da
milioni di colpi di clacson. Un caos totale. Per
un po’ mi muovo ordinatamente, poi capisco che
così non sarei arrivato da nessuna parte. Penso
tra me e me: “Sono di origine partenopea, guido
la moto a Roma da 40 anni… Ecchecavolo”. E ho
provato ad adeguarmi ad usi e costumi locali.
Realizzo che gli specchietti sono inutili, tutti
li hanno rigorosamente chiusi. Per occupare meno
spazio. Tanto NESSUNO guarda dietro. Tutti
guardano SOLO avanti, cercando un posto dove
infilarsi. E suonano. Se esiti, non passi.
Realizzo, rapidamente, che suonare non è un atto
aggressivo. Nessuno se la prende, non c’è
rabbia, non c’è animosità. Non ho mai visto due
persone litigare nel traffico. Ma neanche
arrabbiarsi. Suonano e vanno avanti. Allora mi inserisco nel traffico in modo appena più aggressivo.
Le cose cominciano a funzionare.
E vedo milioni di motociclette. Purtroppo non mi ero organizzato, era solo il primo giorno, e non sono riuscito a fare fotografie; malgrado ciò, l’impressionante spettacolo a cui assisto è ugualmente vivido nella mia mente.
Allo scattare del verde la strada è invasa da centinaia di moto, uno sciame di calabroni, l'orizzonte diventa nero per una manciata di secondi.
Poi arrivavano le macchine.
.
Sopravvivo a Delhi, e prendo la statale 58 che
nella prima parte è pagamento (il concetto
indiano di autostrada). Ma non per le moto! Si
paga dalle quattro ruote in su. Moto e
camioncini Piaggio hanno una corsia tutta a
sinistra e non pagano. Le cose non vanno
malissimo. Riesco ad andare a 90/100 km/h, mi
convinco che le mie paure erano infondate. Procedo tranquillo ascoltando musica. Non sapevo che avrei rimpianto a lungo quell'asfalto così liscio...
Poi
la strada diventa a doppio senso. Sperimento il
primo sorpasso. Ovvero osservo un camion coperto
di fiori che invade la mia corsia e mi punta
sorpassando. Finisco fuori strada, tutto a
sinistra, sperimentando una piccolissima e non
voluta Parigi-Dakar personale. Cambio idea. Se
voglio arrivare intatto alla fine di questo
viaggio devo cambiare strategia. Rallento e
guardo avanti. Cercando di prevenire i problemi.
Va molto meglio, ma è decisamente faticoso.
Non so cosa cercassi ma l'arrivo ad Haridwar mi ha completamente spiazzato. Intanto, trovare l'albergo è stato difficilissimo. Il navigatore continuava a indicarmi una strada che mi sembrava impossibile percorrere. Un mercato senza fine, un bazar pieno di negozi, venditori ambulanti, una strada strettissima. Gremita di persone. Alla fine mi sono convinto, sono entrato in quella bolgia e ho trovato il mio albergo.
Scarico la moto, corro al fiume. Il sole sta
tramontando e l’acqua comincia a riempirsi di
piccole fiammelle galleggianti. Mio malgrado lo
spettacolo mi cattura, mi affascina. Rimango
fermo, affacciato da un ponte a guardare lo
scorrere di queste piccole luci, come uno sciame
di lucciole che voli basso sull’acqua. Pian
piano, mentre la città diventa sempre più scura,
disegnano tutto il percorso del fiume. Nessuno
parla, gli unici rumori sono i colpi di clacson,
lontani, sfumati. Si riesce a sentire l’acqua
gorgogliare sotto il ponte. Mi trovo a
riflettere sul significato delle candele, del
fuoco, comune a molte altre religioni e culture.
D'un tratto rabbrividisco, mi sento stanco,
forse la suggestione del luogo, ma anche
l’effetto del primo giorno di guida, la giornata
è stata impegnativa.
Torno infreddolito in albergo, mi ficco sotto
le coperte e dormo come non mi succedeva da
tempo.