Delhi - Haridwar

In viaggio verso la catena dell'Hymalaia 

21  dicembre  2012

240 km 4 h

 

Sono atterrato a Delhi due volte e il mio vero arrivo in India coincide con il secondo atterraggio. La prima volta, venivo dall’Italia, viaggiavo con un amico, e avevamo un impegno di lavoro a Calcutta, preceduto da una visita turistica ad Agra. Avevamo affittato una macchina con autista che ci ha accolto fuori dall'aereporto di Delhi. Un viaggio sino ad Agra, dove il Taj Mahal ha tolto il fiato a entrambi, poi la stessa macchina ci ha tranquillamente riportati a Delhi, un aereo per Calcutta, dove un’altra macchina ci ha accolto all’aeroporto. Scortati, accuditi, protetti. Tutto veramente molto facile, non c’è stato un vero contatto con l’esterno. Ogni cosa si è svolta senza nessun problema; l’attività lavorativa, per quanto importante di per se stessa, è irrilevante ai fini del viaggio in moto. Unico contributo significativo al viaggio sono le ore spese a Calcutta, ore che concorrono, fraudolentemente, a raggiungere il fatidico 700, e una bronchite fulminante che ha fatto sì che la mia partenza in moto avvenisse in condizioni fisiche non ottimali.
Chi ben comincia…
Iprimi due giorni a Calcutta li ho passati in albergo con 40 di febbre.  Poi mi sono alzato, sono riuscito a fare quello quello che dovevo fare, e la sera sono ripartito per Delhi con il mio amico...

Durante il volo dormo per tutto il tempo, finalmente senza febbre. Dopo l'atterraggio ci separiamo. Intuisco che lui è vagamente preoccupato per me, ci salutiamo affettuosamente. Lo vedo avviarsi verso le partenze internazionali mentre io mi dirigo, per la seconda volta in pochi giorni, verso l’uscita. Avverto sensazioni contrastanti. Da un lato sono eccitato all’idea di cominciare il mio viaggio, dall’altro, con la separazione dal mio amico era caduto l’ultimo elemento di compagnia. Ero, nel bene o nel male, solo. D’altronde era quello che volevo.
Solo, quindi.
E la cosa sarebbe durata per le prossime tre settimane.
Sono molto stanco: è quasi mezzanotte e mi sto ancora rimettendo dalla bronchite. Ma sono anche pieno di aspettative. Recupero dal deposito bagagli  l'enorme valigia che contiene il casco, gli stivali e tutta l'attrezzatura per il viaggio  ed esco dall’aeroporto. Mi muovo in modo confuso, impacciato dai bagagli e dalla solitudine.
Eludo all’ultimo istante una truffa, prendo un taxi regolare a un terzo del prezzo che mi avevano chiesto, uso il mio navigatore per portare il tassista al mio albergo (!), in un vicolo di Karol Bagh, un grosso quartiere di Delhi. Strani odori, mucchi di immondizia per la strada, una stanza piccola, non pulitissima, senza acqua calda.
Mi sento a disagio.
Bene.
Ora ero finalmente arrivato.
E il giorno dopo avrei preso la moto.

La stanchezza mi aiuta a prendere sonno. Ma, malgrado il fuso, mi sveglio presto. Sono agitato.
No.
Emozionato.
Una piacevole sensazione.

Mi alzo, apro i bagagli, considero vagamente preoccupato la quantità enorme di cose che mi sono portato dietro. Faccio colazione ed esco in cerca della mia moto. Dopo qualche piccola disavventura trovo il mio negozio:  Mukesh Motors, affiancato da negozi simili, facilmente individuabili tramite le decine di moto parcheggiate in mezzo alla strada. Il negozio si rivela completamente differente dalla pagina Web che lo pubblicizza. Una minuscola stanza senza porta, a cui si accede a fatica, scavalcando le moto schierate lì davanti, quasi a difendere l'ingresso. Ma ho smesso di preoccuparmene. Il mio sguardo è catturato dalle ventidue Royal Enfield allineate su tre file lì davanti. Cromate, con selle a molla, alcuni modelli più vecchi restaurati in modo perfetto. Incontro il proprietario, J.P., mi descrive la moto, spiegandomi che ha fatto il cambio dell'olio, che ha messo i copertoni nuovi e controllato i freni. Sul minuscolo tavolino del suo ufficio compare il mio kit di emergenza: uno straccio lurido pieno di attrezzi. Una veloce lezione di guida, in cui imparo a passare col rosso, andare contromano, e suonare in continuazione. Poche altre istruzioni, una caparra, e la moto è nelle mie mani.  Breve giro di festeggiamento. Giro in tondo per Karol Bagh senza motivo. Cautamente. Sono stanco, e il traffico è terribile e gli antibiotici si fanno sentire. Torno in albergo, comincio ad organizzare il bagaglio.  Vado a letto stanchissimo.

 Mi sveglio presto, faccio una colazione abbondante, prevenendo l’aleatorietà del pranzo. Una vecchia abitudine nata in altri viaggi lontani.

Il mio piano per la prima parte del viaggio era semplice: l’idea era quella di infilarmi nella catena dell'Himalaya seguendo il Gange. E così ho fatto. Ho caricato la moto, sistemato il GPS, provato la tuta (i pantaloni non me li ero mai messi) e sono partito verso nord-nord-est. Destinazione Haridwar, 240 Km, dove il Gange esce dall’Himalaya, una località importantissima per gli Induisti. Milioni di persone vanno lì per bagnarsi nel fiume sacro.

Primo problema. Dovevo praticamente attraversare Delhi (22 milioni di abitanti). Carico, impacciato dalla tuta, assordato da milioni di colpi di clacson. Un caos totale. Per un po’ mi muovo ordinatamente, poi capisco che così non sarei arrivato da nessuna parte. Penso tra me e me: “Sono di origine partenopea, guido la moto a Roma da 40 anni… Ecchecavolo”. E ho provato ad adeguarmi ad usi e costumi locali. Realizzo che gli specchietti sono inutili, tutti li hanno rigorosamente chiusi. Per occupare meno spazio. Tanto NESSUNO guarda dietro. Tutti guardano SOLO avanti, cercando un posto dove infilarsi. E suonano. Se esiti, non passi. Realizzo, rapidamente, che suonare non è un atto aggressivo. Nessuno se la prende, non c’è rabbia, non c’è animosità. Non ho mai visto due persone litigare nel traffico. Ma neanche arrabbiarsi. Suonano e vanno avanti. Allora mi inserisco nel traffico in modo appena più aggressivo.
Le cose cominciano a funzionare.
E vedo milioni di motociclette. Purtroppo non mi ero organizzato, era solo il primo giorno, e non sono riuscito a fare fotografie; malgrado ciò, l’impressionante spettacolo a cui assisto è ugualmente vivido nella mia mente. Allo scattare del verde la strada è invasa da centinaia di moto, uno sciame di calabroni, l'orizzonte diventa nero per una manciata di secondi.
Poi arrivavano le macchine. .

Sopravvivo a Delhi, e prendo la statale 58 che nella prima parte è pagamento (il concetto indiano di autostrada). Ma non per le moto! Si paga dalle quattro ruote in su. Moto e camioncini Piaggio hanno una corsia tutta a sinistra e non pagano. Le cose non vanno malissimo. Riesco ad andare a 90/100 km/h, mi convinco che le mie paure erano infondate. Procedo tranquillo ascoltando musica. Non sapevo che avrei rimpianto a lungo quell'asfalto così liscio...
Poi la strada diventa a doppio senso. Sperimento il primo sorpasso. Ovvero osservo un camion coperto di fiori che invade la mia corsia e mi punta sorpassando. Finisco fuori strada, tutto a sinistra, sperimentando una piccolissima e non voluta Parigi-Dakar personale. Cambio idea. Se voglio arrivare intatto alla fine di questo viaggio devo cambiare strategia. Rallento e guardo avanti. Cercando di prevenire i problemi. Va molto meglio, ma è decisamente faticoso.

Non so cosa cercassi ma l'arrivo ad Haridwar mi ha completamente spiazzato. Intanto, trovare l'albergo è stato difficilissimo. Il navigatore continuava a indicarmi una strada che mi sembrava impossibile percorrere. Un mercato senza fine, un bazar pieno di negozi, venditori ambulanti, una strada strettissima. Gremita di persone. Alla fine mi sono convinto, sono entrato in quella bolgia e ho trovato il mio albergo.

Scarico la moto, corro al fiume. Il sole sta tramontando e l’acqua comincia a riempirsi di piccole fiammelle galleggianti. Mio malgrado lo spettacolo mi cattura, mi affascina. Rimango fermo, affacciato da un ponte a guardare lo scorrere di queste piccole luci, come uno sciame di lucciole che voli basso sull’acqua. Pian piano, mentre la città diventa sempre più scura, disegnano tutto il percorso del fiume. Nessuno parla, gli unici rumori sono i colpi di clacson, lontani, sfumati. Si riesce a sentire l’acqua gorgogliare sotto il ponte. Mi trovo a riflettere sul significato delle candele, del fuoco, comune a molte altre religioni e culture.
D'un tratto rabbrividisco, mi sento stanco, forse la suggestione del luogo, ma anche l’effetto del primo giorno di guida, la giornata è stata impegnativa.

Torno infreddolito in albergo, mi ficco sotto le coperte e dormo come non mi succedeva da tempo.