Parto presto, la strada continua a essere buona, viaggio veloce, verso il deserto. Inseguendo il caldo che, malgrado il sole accecante, tarda a venire.
Il paesaggio cambia bruscamente, tutto diventa brillante ma, se sollevo la visiera, entra aria fredda.
Il deserto.
Dove anche l’asfalto è giallo.
La strada è poco trafficata, mi permetto il
lusso di rilassarmi. Lo sguardo si perde
lontano.
Due brevi soste, al sole, per riscaldarmi e bere dell’acqua. Lo sguardo in avanti, cercando la mia destinazione. Jodhpur, assieme a Jaisalmer, è una città visibile. Un imponente forte ne annuncia la presenza da lontano. Come le nuvole su un’isola quando viaggi per mare. Posso immaginare le aspettative dei viaggiatori di un tempo, spingere lo sguardo verso l'orizzonte, cercando il segno della città.
L’arrivo è rocambolesco. Il mio albergo è nella città vecchia, strade strettissime, in cui due moto fanno fatica ad incrociarsi. Soprattutto se c’è una mucca di mezzo. Il navigatore, questa volta, non mi assiste. Giro in tondo. Più volte. Chiedo. Alla fine trovo la mia guest house. Blu. Come tutta la città. Jodhpur, la città blu.
Vado sul tetto che è dominato dal forte. Bevo un the bollente sotto un sole caldissimo. Ma l’aria è fredda, per tutto il viaggio sono stato con la maglia termica e la giacca tutta chiusa. Ma al sole, fermo, il freddo svanisce. Esco, giro per il bazaar, comincio ad organizzare il mio cenone di capodanno. Compro frutta secca, ciotoline di acciaio (le vendono a peso!), un ananas.
Ora rimane un solo problema: come freddare degnamente il mio Veuve Clicquot che già sente odore di mezzanotte? In un inesistente frigobar? Uso una strategia che mi è congeniale: ci penserò domani. Ceno con delle cose fritte bollenti prese per strada. Buone in modo indecoroso. Sento l’energia fluire nelle mie chiazze di colesterolo.
Dormo come un sasso e vengo svegliato alle sei da un Muazim improvvisato che sta a 20 metri dalla mia stanza. Poi lui si cheta e io mi riaddormento. Dedico la mattinata del 31 dicembre alla visita del forte. La possenza della struttura, costruita su una base di 200 metri di roccia, la sua bellezza e la vista della città dall’alto mi tolgono il fiato. Giro per ore, senza stancarmi. Pranzo con altre cose fritte. Oramai sono amico del venditore, mi riconosce, ed è molto divertito dal fatto che io mi intrufoli nella fila dei clienti, come se vivessi lì, e mangi di gusto le cose che lui fa. Avvolte in un pezzo di giornale.
Torno in
albergo, rabbocco l’olio della moto, controllo
che tutto sia a posto, domani devo fare 275
chilometri. Preparo le sacche, e poi organizzo
il mio cenone di capodanno. Un istante di
imbarazzo: a che ora festeggiare (non il cosa,
il quando)? La decisione è resa più difficile
dallo strano fuso indiano: +4,5 ore. Poi guardo
l’orologio, faccio due conti e decido che avrei
festeggiato il capodanno sul fuso di Taipei.
Perché Taipei?
Qualche strano legame con quell’esotico posto?
L’assonanza del nome?
No.
Semplicemente perché lì è mezzanotte ADESSO e io
ho fame e sonno e domani ho in programma di
partire presto per Jaisalmer.
Lo champagne è perfetto: l’acqua corrente nel deserto è ghiacciata, e avevo messo la bottiglia a mollo da ore. Una scorpacciata di noccioline, un primo cin-cin solitario e poi altri con alcuni amici che avevano ipotizzato un brindisi remoto. Forse non sul fuso di Taipei, ma non credo che faccia molta differenza. Gli amici sono amici. Brindisi dopo brindisi la bottiglia finisce. Poi a letto, stordito, cullato dalle bollicine: domani si parte per il deserto profondo… Mi addormento pensando: " Ma perchè blu? ".
Buon anno a tutti.
Domani si parte per il deserto profondo…