Oggi ultima tappa nel deserto, trecento-trenta chilometri per raggiungere Bikaner, ai confini del deserto . Mucche ovunque. Padrone della strada. A pieno titolo. Attraversano con indolenza, come dire, il problema è tuo, io passo. Sanno di essere intoccabili, in quasi tutti gli stati dell’India ne è proibita la macellazione, ma ignorano di poter essere investite per errore. O, forse, anche loro credono in una possibile reincarnazione. Poi l’asfalto cambia colore. Compaiono sfumature di rosa che mi accompagneranno per tutta la tappa. La strada continua a essere buona, la media di viaggio si mantiene alta (65 km/h !).
Bikaner si trova sul bordo del grande deserto di Thar, a nord del Rajasthan, ed era una tappa di frontiera delle carovane che si spostavano sull’antica “ via della seta ”, collegando l’Asia centrale e il nord dell’India. In mezzo al deserto. Vorrei spingermi tra le dune, uno spettacolo che non ho mai visto. Anche con una banale escursione usa e getta di un giorno in cammello dormendo nel deserto. Ancora non so che un banale ma robusto problema intestinale mi impedirà di realizzare questo mio obbiettivo. Il prossimo viaggio in moto lo organizzo direttamente nel deserto: le vedrò le dune, cavolo!
Viaggio senza mai fermarmi in questo deserto affollato. Sì, affollato. Le poche soste, di una manciata di minuti, mi hanno fatto scoprire questa cosa. Mi fermo (motivi fisiologici, sete, fame, sedere intorpidito) in un posto in mezzo al nulla. Immancabilmente, dopo poco, sbuca qualcuno. Che cammina. Da dove viene? Ma, soprattutto, dove va? Non c’è nulla di visibile per decine di chilometri… Oppure bambini. La moto, ma soprattutto la mia tuta spaziale, li attirano inevitabilmente. Appaiono dal nulla, mi si mettono di fronte e mi guardano. Non riescono a tradurre in parole la loro richiesta. Non sanno neanche loro cosa vogliono effettivamente. Forse solo esternare stupore. Quello che incontro in questa tappa è basito, lo sguardo fisso sulla mia giacca, la indica in continuazione e sgrana gli occhi. Gli faccio toccare le protezioni sui gomiti. Sgrana ancora di più gli occhi. Divido con lui i biscotti che rappresentano il mio pranzo, lui cerca di rifiutare ma poi li mangia con gusto. Beviamo dell’acqua (lui nota che bevo senza attaccarmi alla bottiglia. E fa lo stesso), e gli lascio il sacchetto con i biscotti avanzati. Gli chiedo dove sia la sua casa. Indica un posto che non esiste. Vede la macchina fotografica, vuole essere fotografato. Poi lo saluto e riparto. Più triste di prima. Poi la strada rosa mi distrae nuovamente. Anche Bikaner ha un forte, ma è basso, non si vede da lontano. Mi accorgo, improvvisamente, di essere stanco. Il viaggio comincia a farsi sentire, sono in moto da due settimane.
A Bikaner, per riposarmi, avevo scelto uno strano albergo, una suite da quasi 40 euro a notte! Il proprietario aveva arredato l’albergo con oggetti di famiglia, quadri, foto, mobili intarsiati. Strani signori con turbante e baffi mi guardano da vecchie foto in bianco e nero. Poso il mio computer su un antico scrittoio laccato. In breve contamino il raffinato spazio con la mia tuta, stivali, sacche colorate, casco, bollitore, lime e zanzariera. Vorrei uscire, ma non mi sento benissimo; rimango in albergo a scrivere, sentire musica e riposare. Andrò in giro domani.
La mattina mi avventuro per Bikaner. Il posto è frenetico, dà ancora l’idea di una città di frontiera. Dietro i vicoli dell’albergo ci sono centinaia di piccole capre nere. Vivaci, curiose, corrono e saltano da tutte le parti. Poi visito il forte. Rosa. Un museo molto bello, con armi e strumenti di tortura di ogni genere. Tavolette di legno piene di lunghi chiodi o di punte affilate. Spade, pugnali, asce, mazze a tre punte. Probabilmente i dissuasori a tre bande sono stati ideati dai discendenti di quegli artigiani. Fucili, alcuni di foggia moderna. Provo ad immaginare i combattimenti di quei tempi. Continuo a non star bene. Torno in albergo. Decido di restare un giorno in più. Mai decisione fu più saggia. Il giorno dopo sto malissimo, febbre alta misurata con il mio termometro piatto a cristalli liquidi. Trentanove e spicci. Mi preoccupo, sono ancora lontano da Delhi e dall’aereo che mi deve riportare in Italia.
Strategia conservativa: mi metto tutti i maglioni che ho, mi ficco sotto tutte le coperte per tutto il giorno, bimixin e tachipirina come fossero caramelle. L’unica occasione in cui mi sono sentito veramente solo e lontano da casa. Cullato dalle preghiere rituali dei muezzin. E dei clacson. Aspetto il giorno dopo per decidere se prendere antibiotici ad ampio spettro. Mi addormento verso le 7 di sera.
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