Ultima tappa. Oramai il viaggio è finito. Stanotte, alle due, il mio aereo.
Alle due di notte?
Sì, tutto fa brodo per arrivare a 700 ore.
Parto da Jaipur alle prime luci dell’alba, per avere il tempo di affrontare qualunque inconveniente lungo la strada. Il tempo rimasto è poco. Inizialmente avevo programmato di arrivare a Delhi un giorno prima della partenza del mio aereo, per sicurezza, ma la bellezza dei posti mi aveva spinto a sfruttare tutto il tempo a mia disposizione.
Rifaccio la micidiale autostrada Jaipur-Delhi.
Ma ora so.
Il cielo è molto limpido, ma fa un freddo terribile. Durante la notte la temperatura è crollata all’improvviso. Viaggio a lungo sotto lo zero. Mi fanno male le mani (unico errore dell’attrezzatura: i guanti troppo leggeri). Mi fermo ogni venti minuti per scaldarle sul motore.
Finalmente arrivo in albergo. Lo stesso della partenza. Anche qui mi riconoscono, fanno festa a me e
alla moto. Chiedono del viaggio, vogliono sapere dove sono stato. Racconto con piacere, ma una vaga tristezza aleggia nell’aria.
Poi esco per riportare la moto a JP. Che mi accoglie con un sorriso. Gli racconto del mio viaggio.
3050 km.
Colgo un cenno di apprezzamento. Guardando le imprese immortalate nelle foto alle sue spalle capisco che quello che sto raccontando qui è (quasi) routine.
Sono di uno strano umore.
Fotografo tutte le Bullet che ci sono in giro.
E lamia Bullet.
Dico a J.P. che scriverò un libro e parlerò di lui. Si mette in posa. Guardo ancora le foto che ha nel negozio mentre mi offre l’immancabile the, il diffusissimo masala chai, the al latte, bollente, molto dolce. A volte servito in coppette di terracotta usa e getta.
Masala chai.
All’inizio non mi piaceva.
Ora mi ci sono abituato.
Domani mi mancherà.
Mi domando chi sia veramente J.P., cosa abbia mai fatto. Questa sua passione per le Bullet è, perlomeno, sospetta. Forse abbiamo qualcosa in comune, ma nessuno dei due saprebbe dire esattamente cosa.
Lo saluto.
Mi allontano con una strana sensazione.
Poi capisco.
Sono a piedi.
Una spiacevole sensazione.
Giro per il quartiere, una birra. Una KingFisher extra strong.
Brindo a una moto che non mi ha mai tradito.
Tutti sanno che anche il viaggio più lungo comincia con il primo passo.
Ma è meno noto che anche il viaggio più lungo finisce con un ultimo passo.
In cui, spesso, si concentrano le emozioni dell’intero cammino, rendendolo particolarmente importante e difficile da dimenticare.
La sera, in taxi, andando verso l’aeroporto, vedo una piazza illuminata da tanti piccoli fuochi. A raggiera. Tutte persone che non hanno un posto dove dormire.
E fa freddo.
Tanto.
Ognuna, accucciata di fronte a un fuoco minuscolo. Quasi ad abbracciarlo. Qualcuno già dorme avvolto in un mucchio di stracci.
Non c’è spazio, sono talmente poveri che non possono condividere neanche un fuoco.
Ogni volta che ripenso a questo viaggio questa scena mi si ripropone nella mente.
Poi.
A casa.
Il tutto è già un ricordo.
Ma un ricordo indelebile.