La mattina dopo riparto.Mi alzo presto e parto alle prime luci. Una giornata luminosa, limpida. La strada è netta-mente migliore, oso stabilizzare la velocità a 90/100 km/h. Poco traffico. Passo Ajmer e mi arrampico per i pochi chilometri che mancano per Pushkar, uno dei luoghi più sacri per i musulmani che convivono pacificamente con i templi e riti hindū. Finalmente una tappa breve. Arrivo in mattinata, ho tutto il giorno per girare. Di nuovo il navigatore mi guida per vicoli improbabili, ma oramai mi fido ciecamente di questo mio utilissimo compagno di viaggio e arrivo in una strada di sabbia. In fondo il mio albergo, appena fuori il paese. Le stanze decorate con elefanti, allegro, colorato. Sul muro, sopra la mia porta, è disegnato un cammello (dromedario) arancione e viola che tira un cocchio e la chiusura della mia stanza è costituita da un lucchetto e una catena.
L’albergo è gestito da una coppia di fratelli molto simpatici. Uno dei due ha una Royal Enfield Bullet 350. Non faccio in tempo a scendere dalla moto che lui, in-curiosito, comincia a farmi domande. Parliamo a lungo del mio viaggio, delle moto. Il suo desi-derio è comprarsi una Bullet 500. È molto interessato a quello che sto facendo, mi chiede mille dettagli sulla moto, sui costi, sul consumo, sulla strada che ho fatto. Sgrana gli occhi quando gli dico dove sono stato e dove conto di andare. D’un tratto si ferma e mi guarda pensieroso. Poi chiede: « Da solo? ». Mi limito ad annuire. Gli racconto i dettagli dei posti dove sono stato, si entusiasma per Haridwar. Vorrebbe andarci anche lui. Per bagnarsi nel Gange. Si fa raccontare mille altre cose. Ascolta rapito la mia descrizione dell’Himalaya. Poi vede il navigatore va in visibilio. Gli spiego come funziona, gli mostro le mappe. Parliamo ancora. Poi lui si dedica alla grossa autobotte che porta l’acqua all’albergo. Ne approfitto per parcheggiare, mi tolgo la polvere di dosso, rimando la doccia alla sera, ora in cui forse arriverà l’acqua calda, mi cambio e mi avvio verso il paese.
Attraverso tutto il mercato locale con la moto, oramai è diventata una divertente routine, e arrivo all’estremità del lago. Uno spettacolo da sogno. Il paese si sviluppa intorno a un piccolo lago, limpidissimo, su cui si affacciano i ghat, gradinate arancione scuro per arrivare a bagnarsi, ed edifici bianco-celesti che si riflettono nell’acqua, appena increspata dal vento. Qua e là alcuni inserti rosa, piccole pagode, tetti di edifici. Poi una moltitudine di rettangoli giallo brillante, dipinti sui muri, con sopra delle scritte nere in indiano, a caratteri cubitali. Sot-to ogni rettangolo, statuette di divinità, candele, offerte. Lungo la riva, sulle scalinate, persone che meditano, si bagnano nel lago, gettano petali rosa nell’acqua. Un uomo magro, scuro, parla pacatamente a una donna vestita in mo-do splendido. Sono seduti uno di fronte l’altro. Lui parla a lungo, accompagnando le parole con lenti movimenti delle braccia. Lei ascolta, immagino assorta, il mento appoggiato alla mano, ma non posso vedere la sua faccia, co-perta dallo scialle colorato che brilla sotto il sole. Sulle scalinate ci sono anche centinaia di gabbiani che, ogni tanto, decidono di levarsi in volo tutti assieme. I ghat sono parzialmente protetti da semplici coperture in metallo, un’ombra che ora si tende a fuggire, ma che fa intuire il caldo torrido della stagione estiva. Immancabili mucche e buoi si aggirano len-tamente lungo la riva. La leggenda vuole che Brahma, il dio hindū della creazione, abbia involontariamente generato il lago facendosi cadere di mano un fiore di loto, da cui il nome della città Pushkar, “ fiore di loto ”.
xNon sono un tipo mistico, il mio modo di meditare è agire. L’equilibro, l’energia interna in comunicazione con quella del nostro pianeta, sono concetti che tratto con benevola condiscendenza. Gli unici centri di energia che avverto dentro di me sono un’ulcera che sto allevando da tempo e delle chiazze di colesterolo che si aggirano nel mio sangue. Ma… Il lago mi ha stregato. Mi tolgo gli stivali, non si può camminare con le scarpe vicino l’acqua, procedo scalzo sino a quasi il bordo e mi siedo. Guardo, scatto delle fotografie (di nascosto, mi vergogno, mi sembra di fotografare una cosa molto intima). Centinaia di persone sono sedute vicino la riva. Si bagnano con l’acqua del lago, pregano, meditano. Sono fortunato, la maggior parte delle persone è indiana. Pochi turisti.
Rimango incantato per ore. A meditare? Direi di no, però ho pensato a molte cose… Guardando il lago, gli uccelli che si staccavano interrottamente dall’acqua. La mia ulcera, alla fine, si è offesa, si è sentita trascurata.
Rientro al tramonto, preparo di nuovo il bagaglio. Ceno in stanza, the e biscotti in camera. Faccio attenzione al cibo, stare male in moto non è il massimo, e la mattina dopo devo partire per il deserto, Jodhpur. La città blu.