Parto verso il deserto,
inseguendo un caldo che non troverò. Una
lunghissima tappa di trasferimento, divisa in
due giorni. Nel lasciare Almora, però, passo per
Raniket, per guardare lontano, verso il Tibet,
le cime innevate. Un po’ di rimpianto, che il
freddo mi fa subito passare. Mi limito a
guidare, osservo il paesaggio. Guido a lungo, da solo, su un asfalto spesso umido, che inviata alla prudenza e a toccare i freni con delicatezza. L’aria, limpida in modo quasi innaturale, permette di spingere lo sguardo lontano (quando la strada e le curve lo permettono).
La strada si stringe, le valli pure. Se non fosse per le pietre miliari, con le scritte in hindi, potrebbe essere una strada secondaria degli appennini umbri.
Poi.
Poi le montagne sono alle mie spalle, comincio a scendere verso Delhi, vedo più in basso un immenso mare di panna che copre, inesorabilmente, tutta la pianura. Assaporo le ultime curve illuminate, poi lascio il sole che batte sull’Himalaya e mi immergo in una grigia foschia. Dicembre è un periodo di transizione e, in pianura, la nebbia è frequente.
Nebbia e freddo.
Ma quanto manca al deserto?
Continuo a viaggiare nella nebbia e nel freddo.
Al tramonto, mi fermo. Un albergo lungo
l’autostrada, centotrenta chilometri prima di
Delhi. Scarico il bagaglio, mangio nel
ristorante dell’albergo, pollo tandoori; dopo
una settimana di cibo vegetariano un po’ di
carne non guasta. Vado a letto presto, riparto
all’alba. Ancora nebbia e freddo.
Nell’attraversare Delhi, per prendere la
terribile autostrada Delhi-Jaipur, rimango
intrappolato in un ingorgo di macchine. Non so
se sia un caso, o se sia il tipico traffico di
prima mattina, ma sembra di essere, “ Bolgia più
bolgia meno, all’inferno ” (Gesualdo Bufalino,
Le menzogne della notte). Un’ora per fare sei
chilometri. Macchine ovunque. E tutti suonano.
La strada è completamente bloccata. Osservo le
motociclette saltare lo spartitraffico e
avviarsi, contromano, nell’altra corsia, meno
occupata della nostra. Dopo poco sono un flusso
continuo. Non oso fare lo stesso. Il bagaglio è
ingombrante e non mi sento pronto per tali
acrobazie. Le macchine in senso opposto si
limitano a spostarsi di poco e tutto prosegue
come prima. Nessuno si scompone. Nessuno si
arrabbia. Tutti suonano. Pian piano mi rassegno.
Arriverò quando arriverò. Una filosofia spiccia
ma adattissima alla situazione specifica,
perfetta per l’India in generale.
L’autostrada Delhi-Jaipur è un vero incubo. Traffico pesante, deviazioni a non finire, fondo stradale terribile. Trecentosettantasette chilometri in nove ore e mezzo di moto. La tappa più lunga del viaggio. Decido di fare più strada possibile e viaggio tutto il giorno. Mi fermo in un albergo lungo la strada appena fa buio. Riparto all’alba, sempre con la nebbia. E il freddo. Continua a far freddo. Delhi è un blocco compatto di macchine. Estenuante. Procedo a passo d’uomo. L’autostrada (!) tra Delhi e Jaipur si rivela un vero incubo. Centinaia di deviazioni, traffico pesante. Ho fretta, ma mantengo alto il livello di attenzione. In questo tratto ho schivato due macchine contromano in corsia di sorpasso.
Ho schivato cose che voi umani neanche immaginate possano circolare sulle strade. Nel mio senso di marcia e in quello contrario. Nella mia corsia, in quella di destra e in quella di sinistra. E in quella di sopra e quella sotto. E nelle altre due
Finalmente il lungo trasferimento finisce e arrivo a Jaipur. La capitale del Rajasthan, progettata agli inizi del 1700 da un Maharajah appassionato di astronomia. Mi trovo coinvolto in un traffico coloratissimo. Persone, palazzi, veicoli, merci nei bazar. Tutto brilla di colori vividi, caldi, allegri. Il navigatore mi porta all’albergo attraverso strade improbabili con una precisione implacabile.
Rassicurante.
Il cielo è pieno di aquiloni.
Quello che ho visto nell’arrivare in città mi spinge, malgrado la stanchezza, a uscire subito dall’albergo. Una doccia calda e via, in uno dei bazar più colorati che abbia visitato durante il viaggio. Frenetico, immenso, rumoroso. Giro senza meta sino a sera.
La mattina del giorno dopo mi alzo tardi, colazione indiana, mi riposo, leggo, scrivo, sento musica, organizzo le prossime tappe. Poi esco, torno a girare per il bazar, ma, questa volta, con la moto. Oramai mi sono abituato e mi sento perfettamente a mio agio a guidare in questo rumoroso caos. Faccio saldare il portapacchi che si era rotto su un terribile dissuasore a tre bande, una trattativa condotta a gesti e sorrisi (sono molto divertiti dal fatto che uno straniero vada da loro ad aggiustare una moto), faccio foto, compro qualche regalo, sempre pensando che le cose che aggiungo al bagaglio poi dovrò portarmele dietro.
Dormo come un bambino pensando al deserto che mi attende.