Mi sveglio in un albergo pieno di persone che dormono sui divani. Mi guardano strano, come a dire: “ Ma quanto si agita questo di prima mattina, non lo sa che è il primo dell’anno? ”. Ma lo fanno in modo bonario. Questa cosa di viaggiare da solo su una Bullet carica di sacche colorate mi rende simpatico a tutti. Sistemo il bagaglio sulla moto, oramai una procedura collaudata, e mi metto in cammino. La strada peggiora leggermente, ma continuo a viaggiare “ veloce ”. Diventa sempre tutto più piatto. E più giallo. Incontro dei cammelli (dromedari).
Mi fermo per fare delle fotografie. Forse scontate, ma non avevo mai visto dei dromedari allo stato brado. Improvvisamente, mentre bevo dell’acqua, da dietro dei cespugli sbuca fuori un indiano. Alto, magro, quasi scheletrico. Vestito di stracci, una specie di costume bianco. Gambe lunghe, scalzo. Pochi denti ingialliti. Mi vengono in mente all’improvviso i romanzi di Salgari che hanno colorato la mia adolescenza e i terribili thug… Ma da dove viene? Non c’è nulla qui intorno, siamo nel deserto. Pochi alberi rinsecchiti, scarso cibo per questi poveri cammelli con una gobba sola. E poi, cosa vuole? L’uomo si avvicina, si ferma a qualche metro da me e congiunge le mani sorridendo. Vuole chiarire le sue intenzioni pacifiche. Ricambio il saluto nello stesso modo. E poi porto una mano chiusa al petto, sul cuore. La cosa lo stupisce, e il suo sorriso si allarga, mostrando tutti i buchi che ha nella bocca. Ma lo stupore è di breve durata. Ha un obbiettivo chiaro nella mente, delle priorità che non può disattendere. Neanche per un turista che sembra sapere come salutare. Mi guarda, indica me, i dromedari, la macchina fotografica e sporge la mano destra, sfregando insieme pollice indice e medio. Il gesto è così inaspettato, così incongruo, così fuori contesto (non ho visto mai nessuno in India chiedere soldi in quel modo) che scoppio a ridere. Chissà dove lo ha imparato. La mia risata lo sconcerta. Ma non lo distoglie dal suo obbiettivo. Ripete il gesto più volte. Provo a parlare con lui, sempre ridendo. Non sa una parola di inglese. Tutto il suo know how nelle comunicazioni internazionali si concretiz-za in quello sfregamento di dita. A gesti, chiarisce il suo concetto. Ha una sorta di diritto sui cammelli, e chi li fotografa deve dargli dei soldi. Io metto in dubbio il suo diritto, ma non sono sicuro di essere capito. Ne segue una conversazione decisamente comica. Decido, comunque, di dargli qualcosa, la scena è troppo surreale e io sono di ottimo umore. Come vede che metto mano al portafogli esplode la sua loquacità in inglese: « One hundred » spara tutto di un fiato. Cento rupie? Come se fosse una vendita di qualcosa. La mancia corrente per un facchino è di dieci/venti rupie. Ma almeno lui porta le mie valigie. « One hundred? » replico io, simulando una indignata sorpresa. Forse è abituato a trattare solo con americani. Ci guardiamo negli occhi. Sorride vergognan-dosi dell’assurdità della sua richiesta. Dico: « Ten! » e gli do dieci rupie. Ampi sorrisi da entrambe le parti. La transa-zione è conclusa con reciproca soddisfazione. Mani giunte, ci salutiamo. Sempre ridendo, accendo la moto e riparto. L’episodio mi ha messo di buon umore.
Finalmente
vedo qualcosa, un profilo scuro all’orizzonte.
Ma il navigatore mi porta via dal forte, avevo
scelto un albergo “ comodo ”
per riposare e scrivere, leggermente fuori mano.
Di nuovo una strada di sabbia e sono arrivato.
Devo mettere un sasso sotto il cavalletto
laterale, altrimenti la moto, sulla sabbia,
cadrebbe.
Un gesto oramai familiare.
Ogni tanto, quando parcheggio la mia moto a
Roma, ci ripenso…
Sono stanco, entro nella stanza, mi faccio la doccia (acqua calda a volontà!) e mi sdraio sul letto. Riposo qualche ora ma l’idea del forte mi risveglia. Ancora ho nella mente quello che ho visto a Jodhpur. Esco, faccio un breve giro esplorativo, mi muovo lungo le mura esterne del forte, scatto delle fotografie. Mi avventuro per la porta di ingresso e scopro che è possibile entrare in moto. Trattengo l’impazienza. Si sta facendo scuro, il sole tramonta presto. Decido di rimandare la visita al forte al giorno dopo, torno in albergo, ceno presto e svengo sul letto.
La mattina mi alzo, prendo la moto, entro nel forte. E scopro che è abitato! Una città vecchia racchiusa da mura. Parcheggio in una piccola piazza e decido di muovermi a piedi. Di nuovo passo ore guardandomi in giro col fiato corto. Sotto, la parte non fortificata, una serie di case basse, gialle. Sembra di essere in Marocco. Giro in mezzo alle case, alle persone e agli animali che vivono lì. Molti chiedono, cercano di attaccare discorso, per vendere qualcosa, altri, del tutto indifferenti alle persone che si aggirano di fronte alle loro case, continuano la vita di tutti i giorni. Sorrisi, saluti. Ma sono imbarazzato. Mi sento e sono un intruso.
Poi
scendo in albergo, voglio pianificare bene le
ultime tappe, il tempo stringe, e mi sento molto
lontano da Delhi. Comincio a pensare all’aereo
che mi riporterà in Italia.
Cambio pensieri.
.