Giuseppe Santucci
700 ore in India
(sulla scomoda sella di una Royal Enfield 500)
A volte non conta dove andare, l’importante è solo muoversi
Questo libro racconta un viaggio che ho fatto.
In India.
In motocicletta.
Una Royal Enfield 500 Bullet Machismo.
Monocilindrica.
Tremila chilometri percorsi in venti giorni, divisi tra la parte sud ovest della catena dell’Himalaya (la zona in cui sono le sorgenti del Gange) e i deserti del Rajasthan. Conditi da duecentocinquantamila colpi di clacson (circa).
L’idea del viaggio è nata, come spesso succede, per caso. Dovevo recarmi a Calcutta per lavoro prima di Natale e ho pensato: ‘perché non approfittarne per fare un viaggio in India?’
Ho guardato di corsa il calendario, sotto capodanno gli impegni lavorativi non sono pressanti, posso fare le feste fuori! Ma l’idea della moto era ancora lontana. Stavo pensando a una macchina con autista, tutti sconsigliano di guidare in India. Si guida a sinistra e il traffico è caotico. Mi convinco che la cosa sia fattibile, ma qualcosa non mi convince, una vaga insoddisfazione aleggia nell’aria.
Poi un caro amico mi racconta che un suo collega ha viaggiato in India in moto, con un gruppo di suoi amici. Hanno affittato le moto a Delhi e poi sono partiti. Avevano una macchina che li seguiva, con pezzi di ricambio per dargli assistenza. Sono stati in giro per dieci giorni.
In moto…
In moto!
La moto è simmetrica, non ha il volante dal lato sbagliato, guidare a destra o sinistra è uguale. E poi è il mezzo che preferisco.
Sarei andato in giro in moto.
Solo che io non sono un gruppo.
Probabilmente sono molte cose, ma non un gruppo.
Sarei partito da solo.
Senza una macchina di scorta al seguito. Sarebbe suonato ridicolo.
Solo.
E avrei scritto un libro.
Un libro sul viaggio.
Già avevo scritto un libro con 70 nel titolo (70, ovvero l’ultima estate di un uomo costante) e ne stavo scrivendo un altro con 7 nel titolo. Escludendo 0,7, l’ovvio passo successivo di questa mia mania era 700. 700 cosa?
In moto.
Ho convertito le ore in giorni e ho fatto i biglietti.
Una scelta ponderata, logica, razionale.
Una delle migliori degli ultimi tempi.
Avevo bisogno di una cura.
Ed ero in grado di prescrivermi quella adatta.
Qual è il termine…
Farmaco di automedicazione.
Si consigliano aria di mare e temperatura moderata…
Nel mio caso quello che mi auto-prescrivevo era un viaggio in India in moto da solo.
Lungo abbastanza.
Perché non c’è nessun problema che un viaggio in moto non possa risolvere. E’ solo questione di quanti chilometri sei disposto a fare
Peccato che la mutua non lo passi.
Bene, basta così. Il perché è stato affrontato. Vorrei saltare subito al cosa per poi raccontare il come.
E i dettagli a seguire.
(Qualcuno potrebbe obbiettare: “ ma nel raccontare il viaggio sta facendo pubblicità ai sui libri!”. Verissimo, 200 caratteri di questa pagina WEB fanno pubblicità ai miei libri. Ovvero meno del 0,006% del testo. Sarebbe come se le pubblicità che precedono un film durassero 20 secondi invece di 20 minuti. Credo che la cosa sia sopportabile).
Oltre alla passione dei viaggi in moto ho anche quella dei numeri. D’altronde sono un ingegnere e si sa, gli ingegneri senza numeri non sono mai completamente felici.
E poi sono un modo semplice per affrontare alcuni aspetti di base. E descrivere il cosa.
Numeri, dunque.
Durata del viaggio: 29 giorni.
Ovvero 700 ore.
In realtà c’è un trucco: ci sono alcuni giorni in cui non ho viaggiato ma ho fatto altre cose; a mia difesa, comunque, posso dire che la durata complessiva del viaggio è stata influenzata dal titolo del libro che sto scrivendo, già nella mia mente da molto prima di partire.
Qualcuno, pignolo, dirà:
“Ma 29 per 24 fa solo 696!”.
Vero, ma in India il fuso orario rispetto all’Italia è di +4,5 ore e quindi aggiungendolo a 696 otteniamo 700,5 superando, anche se di poco, il numero prefissato.
(In realtà l’argomentazione del fuso è risibile, un misero trucco per far quadrare i conti. Confido, comunque, che l’imprinting in età scolare di ‘Giro del mondo in ottanta giorni’, col giorno magico in più ottenuto facendo il giro completo della terra verso est, ottenebri le facoltà di ragionamento di chi legge e renda la cosa credibile.
Oppure che mi si regalino 4 ore.
Credo di meritarmele.)
Chilometri percorsi: 3000 e spicci.
In 11 tappe su 20 giorni effettivi di viaggio. Media in montagna 25/35 km/ora, media in pianura: 60 / 65 km/ora. Per un totale di circa 70 ore di moto.
Su una 500 monocilindrica.
Il mio dentista sarà felice, tutte le mie otturazioni sono da rifare.
La media la dice lunga. Qui ci si muove piano, la fretta è inutile, pericolosa.
Inadeguata.
Buche, strettoie, sterrati, guadi, mucche… Ostacoli da tenere in piena considerazione.
E i dissuasori a tre bande.
Non si limitano a dissuadere, uccidono.
Nella vita ne puoi prendere al massimo tre a velocità non adeguata.
Io l’ho fatto due volte.
La prima parte di questi chilometri (circa 1000) è stata dedicata alla zona sud-ovest della catena dell’Himalaya, la parte in cui nasce il Gange.
Uno dei posti di montagna più belli che abbia mai visto.
Ho scoperto, in loco, che i miei ricordi di geografia erano completamente errati: la catena dell’Himalaya NON coincide con l’Everest, è molto più ampia: è lunga ben 2300 km. Io mi sono limitato a un risibile assaggio, inseguendo il Gange sino a dove il freddo (-4) non mi ha spinto ad andare verso il deserto.
Che si è rivelato freddo a sua volta…
I rimanenti 2000 chilometri li ho dedicati al Rajasthan. Non ero mai stato nel deserto e sentivo un impellente bisogno di rimediare.
Durata della tappa più lunga: 9.5 ore. Media 6.5 ore.
E quando parlo di ore intendo ore vere, ore in cui non ho praticamente mai staccato il fondoschiena dalla sella.
E’ stato faticoso.
Molto più di quanto non avessi immaginato. Qui i chilometri sono chilometri veri, non sono svalutati dai treni ad alta velocità. Ci si sposta in pullman stracarichi, con passeggeri seduti sul tetto assieme alle valige, con treni lenti, con carri trainati da vari tipi di animali.
Ci si sposta a piedi. Su distanze inimmaginabili. A volte portando pesi. O spingendo qualcosa.
Uomini da soma.
E arrivo io, affittando una moto, con tappe calcolate su Google maps e poi memorizzate sul navigatore satellitare. Con una certa condiscendenza avevo pensato: “ tanto, anche nei casi peggiori, una media di 70 km all’ora la terrò sicuramente… ”.
Ho impiegato ben cinque giorni per capire la vera portata del mio errore. Per rispettare a tutti i costi il mio piano di viaggio mi sono trovato a viaggiare col buio, divinando le buche e con la frase “ non conto assolutamente di guidare di notte… ” che mi echeggiava nella mente.
Poi.
Poi, ho rallentato.
In tutti i sensi.
E come quando, per errore, si avvia un disco alla velocita sbagliata e lo si rimette a 33 giri, tutto ha cominciato ad avere un senso.
Ho rivisto l’itinerario, ho cancellato il giro al confine col Pakistan. Alla fine avevo un foglio pieno di punti interrogativi. E alla fine è uscito quella specie di otto adagiato. E ho apprezzato di più il valore dello spostamento, il senso del viaggio. La tappa più corta è stata di 130 km in cinque ore. Una cosa che normalmente avrei considerato ridicola.
Ma, alla fine, ero stanco e soddisfatto.
E avevo visto delle cose molto belle.
Buche o dissuasori incontrati lungo la strada: 3000 (trattasi ovviamente di una stima. Per difetto).
Buche o dissuasori sui quali, per motivi di vario tipo, NON ho rallentato a sufficienza: 50.
Li ricordo tutti.
Il fatto che nulla si sia rotto, o che non abbia bucato ha del miracoloso. Sì, si è dissaldato il portapacchi che ho fatto poi saldare a Jaipur, ma questa è ben poca cosa rispetto alle botte che ho preso.
Oggetti schivati all’ultimo istante: troppi.
E di varia natura. Forse in questo caso è più importante capire quali oggetti abbia schivato rispetto a quanti.
Una classificazione completa richiederebbe la pazienza di un entomologo specializzato in grilli. Qui riporto solo una schematizzazione sommaria.
Oggetti inanimati.
Veicoli fermi, a volte circondati da sassi di discrete dimensioni per tutelare la privacy, barriere restringi traffico, sassi senza veicoli, mucchi di sabbia, mattoni, rocce, blocchi di marmo, e altro. A vario titolo in mezzo alla strada. Con un aplomb invidiabile.
Oggetti animati. Qui distinguiamo tre sottocategorie.
Pedoni. In India non ci sono praticamente marciapiedi e, quindi, i pedoni si muovono a tutto diritto in mezzo al traffico. Spesso si spostano in modo che fa trasparire la loro completa sicurezza in una futura reincarnazione.
Animali. Una enorme quantità di mucche, vacche, buoi, gnu, pavoni, capre, cani, dromedari/cammelli. Alcuni praticamente immobili (tipo le mucche) ma a volte nascosti dai grandi camion che popolano le strade indiane, altri veloci, come le capre.
Veicoli a propulsione varia. Composti da un essere umano alla guida ed una parte meccanica governata. Quasi sempre con un carico non conforme alle normative CEE.
Questo include carretti spinti a mano o trainati da un animale, biciclette usate come carretti, biciclette usate in modo tradizionale, trattori con carichi surreali, piccoli taxi (Piaggio! Milioni di camioncini Piaggio in India.) a tre ruote, coloratissimi, pericolosissimi e carichi all’inverosimile, automobili, i famigerati pullman ‘TOURIST’, potentissimi mezzi di distruzione (suonano e corrono come matti.
E fanno dei sorpassi impensabili), camion, decorati con fiori, fuoristrada velocissimi e… moto. Una quantità enorme di moto, tipicamente di piccola cilindrata, guidate dalle persone più disparate e vestite in modo impensabile. Numero di passeggeri: da 1 a 4. Inizialmente mi ero entusiasmato, intravedendo una concomitanza di passioni, poi ho capito: la moto è semplicemente il mezzo di trasporto più economico. Per persone e per cose. Non necessariamente piccole.
Moto da tutte le parti. In tutte le direzioni.
Colpi di clacson ascoltati: 250000 (anche in questo caso si tratta di una stima. Nuovamente per difetto).
Chi non l’ha ascoltato non può capire. In India tutti suonano il clacson. In continuazione. Creando un sottofondo corale, diffuso, meno irritante di quanto si possa immaginare. Il singolo colpo di clacson è fastidioso, ma mille insieme, asincroni, lo sono, paradossalmente, molto di meno. E’ un rumore continuo, al quale ci si abitua. Come a quello della pioggia forte o di una cascata. Di giorno e di notte. Che si mescola, in alcune città, con le preghiere rituali diffuse dai Muezzin dall'alto dei minareti. Una mescolanza sonora completamente inimmaginabile. Credo che molti indiani, nel sonno, sentendo suonare le macchine per strada, spingano in continuazione un clacson immaginario.
Bene, anche il cosa è ora abbastanza delineato.
Veniamo al come.
La moto
Avevo già sentito parlare della Royal Enfield, un marchio motociclistico collegato ad armi da fuoco (da cui il modello Bullet, pallottola) coniato alla fine del 1800!, ma pensavo che fosse un fenomeno di nicchia per cultori. Questo è forse vero in Europa, in India i modelli 350 e 500 sono prodotti a pieno regime e sono molto diffusi. E quindi tutti i meccanici sanno metterci le mani sopra. Mukesh motors (http://www.mukeshmotors.com/contact.html), gestita da un attivissimo JP Mukesh, ne possiede 22 e affitta il modello 500, con freno a disco anteriore e con ampio porta bagagli metallico (in grado di ospitare anche due taniche di benzina da 5 litri) per 1000 rupie al giorno (poco meno di 15 euro). Il prezzo comprende pezzi di ricambio e una emozionante lezione di guida nel traffico indiano. Ho guardato le foto, mi sono documentato e ho deciso: avrei viaggiato su una moto progettata da una fabbrica che inizialmente produceva fucili.
Una Bullet, per l’appunto.
JP è simpatico. Risponde alle mail in inglese, velocemente, usando un linguaggio da SMS. In breve troviamo un accordo. Mi ha mandato le foto della moto e mi ha fornito un mezzo meccanico in buone condizioni (gomme, olio, freni). Unico neo la batteria che, dopo una settimana, ha smesso di funzionare. E non era possibile azionare il decompressore. Ma, a parte qualche mattina molto fredda, accendere la moto con la pedivella (chi si ricorda come si fa?) è stato relativamente semplice.
Attrezzatura. Per la prima volta in vita mia viaggio con stivali e una tuta completa con protezioni e paraschiena. E un kit di pronto soccorso e medicine varie. Da solo, una stupida scivolata in jeans può essere veramente seccante. E per le medicine voglio le mie. Ho già avuto una volta un incidente in moto all’estero, in Messico, e ancora ricordo la mia disperazione e quella di mia moglie nel cercare disinfettanti e bende in farmacie che vendevano anche detersivi.
Per fortuna, a conti fatti, tutto completamente inutile. Due iphone con sopra il navigatore satellitare (se uno si rompe o si scarica c’è l’altro). Un buffo contrasto con la strumentazione spartana della Bullet (solo il contachilometri)…
Piccola borsa magnetica da serbatoio. Utilissima. Per il bagaglio mi sono portato delle sacche nautiche impermeabili, facili da stivare nella valigia. Una decina di elastici. Non sarà elegantissimo ma il tutto ha retto per 3000 km. E tanto basta.
Tre bombolette di fast. Si tre. Era la mia paura più grande. Bucare in un posto molto isolato e rimanere bloccato lì. In realtà, i pezzi di ricambio comprendevano anche una camera d’aria e J.P. mi ha spiegato che tutti i benzinai (molto frequenti, tranne in qualche tratto in montagna) riparano le gomme.
Generi di conforto. Musica nel casco (Nirvana, Morphine, Cure, King Crimson, Frank Zappa, Weather Report, Beatles. Beatles? Il perché sarà chiarito dopo). Sigari cubani (Montecristo). Una bottiglia di champagne, Veuvet Clicquot, che ho importato clandestinamente in India e mi sono trascinato dietro per quasi duemila chilometri, stivata dentro un bollitore elettrico, sino a Jodhpur, la città blu, dove ho festeggiato il capodanno.
Da solo.
No.
Con una bottiglia di Veuvet Clicquot.
E fa la differenza.
A questo punto qualcuno si sarà stufato. E allora? Ma il viaggio? Le tappe?
Va bene.
Il mio viaggio si può facilmente dividere in due itinerari completamente distinti.
A) Alla ricerca delle sorgenti del Gange.
1) Delhi-Haridwar 240 Km 4 ore
L’idea era quella di infilarmi nell’Himalaya seguendo il Gange. E così ho fatto. Il 21 dicembre mattina presto ho caricato la moto, sistemato il GPS, provato la tuta (i pantaloni non me li ero mai messi) e sono partito verso nord-nord-est. Destinazione Haridwar, 240 Km, dove il gange esce dall’Himalaya, una località importantissima per gli Induisti. Milioni di persone vanno lì per bagnarsi nel Gange.
Primo problema. Dovevo praticamente attraversare Delhi (22 milioni di abitanti). L’esilarante lezione di guida del giorno prima non mi aveva assolutamente preparato ad affrontare la cosa. Carico, impacciato dalla tuta, assordato da milioni di colpi di clacson. Un caos totale. Per un po’ mi muovo ordinatamente, poi capisco che così non sarei arrivato da nessuna parte. Penso tra me e me: “Sono di origine partenopea, guido la moto a Roma da 40 anni… Ecchecavolo”. E ho provato ad adeguarmi ad usi e costumi locali. Realizzo che gli specchietti sono inutili, tutti li hanno rigorosamente chiusi. Per occupare meno spazio. Tanto NESSUNO guarda dietro. Tutti guardano SOLO avanti, cercando un posto dove infilarsi. E suonano. Se esiti, non passi. Realizzo, rapidamente, che suonare non è un atto aggressivo. Nessuno se la prende, non c’è rabbia, non c’è animosità. Non ho mai visto due persone litigare nel traffico. Ma neanche arrabbiarsi. Suonano e vanno avanti. E vedo milioni di motociclette. Purtroppo non mi ero organizzato, era solo il primo giorno, e non sono riuscito a fare foto ma lo spettacolo era impressionante. Alla partenza dei semafori sembravano uno sciame di calabroni, era tutto nero.
Sopravvivo a Delhi, e prendo la statale 58 che nella prima parte è pagamento (il concetto indiano di autostrada). Ma non per le moto! Si paga dalle quattro ruote in su. Moto e camioncini Piaggio hanno una corsia tutta a sinistra e non pagano. Le cose non vanno malissimo. Riesco ad andare a 90/100 km/h, mi convinco che le mie paure erano infondate. Poi la strada diventa a doppio senso. Sperimento il primo sorpasso. Ovvero osservo un camion coperto di fiori che invade la mia corsia e mi punta sorpassando. Finisco fuori strada, tutto a sinistra, sperimentando una piccolissima e non voluta Parigi-Dakar personale. Cambio idea. Se voglio arrivare intatto alla fine di questo viaggio devo cambiare strategia. Rallento e guardo avanti. Cercando di prevenire i problemi. Va molto meglio, ma è molto faticoso.
2) Haridwar – Srinagar 130 Km - 5 ore
Partendo da Haridwar ho messo come musica i Beatles, the White Album. Perchè? A trenta chilometri da Haridwar c'è Rishikesh, una cittadina tuttora famosa per la meditazione, visitata dai Beatles nel 1968. Sembra che il ritiro spirituale, la pace e l'ampia disponibilità di tempo abbiano dato modo al gruppo di rafforzare la loro creatività, stimolati anche dal fatto di dover usare chitarre acustiche (quelle elettriche non funzionavano per mancanza di corrente). Al loro ritorno incisero the White Album. Anche se non sono un grande amante dei Beatles ho ascoltato più volte questo doppio durante il viaggio e ho attraversato Rishikesh ascoltando "Happiness_Is_a_Warm_Gun".
Un tributo dovuto.
Ma Rishikesh è nota anche come "La porta dell'Himalaya" e, dopo averla attraversata, la strada e il paesaggio sono cambiati drammaticamente. Tornanti, sterrati, valli, il Gange. La velocità media è precipitata. Ma i posti...
3) Srinagar-Almora 238 Km - 8 ore
La mattina dopo riparto. La strada sempre più brutta, il paesaggio sempre più bello. Il Gange diventa, finalmente, pulito e si intravedono le montagne alte verso il Nepal (7000 metri). E fa sempre più freddo. La tappa è estenuante, pretendere di coprire 240 chilometri in una giornata con quelle strade è stato un grosso errore. Mi ritrovo a guidare col buio e sono molto stanco. Decido di cambiare strategia. Passo due giorni ad Almora per riposarmi e rivedo le mie tappe di viaggio. Fa molto freddo (minima -4) e decido di andare verso il deserto sperando di scaldarmi.
B) I deserti del Rajastan e le sue città visibili
4) Almora – Delhi – Jaipur 311 + 377 Km – 9 + 9.5 ore
Mi sposto verso il deserto, inseguendo un caldo che non troverò. Comincio con una lunghissima tappa di trasferimento, divisa in due giorni. Nel lasciare Almora, però, passo per Raniket, per guardare lontano, verso il Tibet, le cime innevate. Un po’ di rimpianto, che il freddo mi fa subito passare. Il paesaggio è bellissimo sino alla pianura. Poi comincia di nuovo la nebbia. Questo è un periodo di transizione e, in pianura, la nebbia è frequente.
Decido di fare più strada possibile e viaggio tutto il giorno. Mi fermo in un albergo lungo la strada appena fa buio. Riparto all’alba, sempre con la nebbia. E il freddo. Continua a far freddo. Delhi è un blocco compatto di macchine. Estenuante. Procedo a passo d’uomo. L’autostrada (!) tra Delhi e Jaipur si rivela un vero incubo. Centinaia di deviazioni, traffico pesante. Ho fretta, ma mantengo alto il livello di attenzione. In questo tratto ho schivato due macchine contromano in corsia di sorpasso.
Ho schivato cose che voi umani neanche immaginate possano circolare sulle strade. Nel mio senso di marcia e in quello contrario. Nella mia corsia, in quella di destra e in quella di sinistra. E in quella di sopra e quella sotto. E nelle altre due
Finalmente arrivo a Jaipur e mi trovo coinvolto in un traffico coloratissimo. Il cielo è pieno di aquiloni. Il navigatore mi porta all’albergo con una precisione implacabile.
Consolante.
Quello che ho visto mi spinge, malgrado la stanchezza, ad uscire subito dall’albergo. Una doccia calda e via, in uno dei bazaar più colorati che abbia visto. Giro senza meta sino a sera. La città è affascinante. Il giorno dopo mi riposo, continuo a girare per il bazaar, ma questa volta con la moto. Oramai mi sono abituato e mi sento perfettamente a mio agio a guidare in questo rumoroso caos. Faccio foto, compro qualche regalo, sempre pensando che le cose che aggiungo al bagaglio poi dovrò portarmele dietro. Dormo come un bambino pensando al deserto che mi attende.
5) Jaipur- Pushkar 143 Km – 3,5 ore
Mi alzo presto e parto in una giornata limpidissima. La strada è nettamente migliore, oso stabilizzare la velocità a 90/100 km/h. Poco traffico. Passo Ajmer e mi arrampico per i pochi chilometri che mancano per Pushkar. Finalmente una tappa breve. Arrivo in mattinata, ho tutto il giorno per girare. Il navigatore mi guida in vicoli improbabili e arrivo in una strada di sabbia. In fondo il mio albergo, appena fuori il paese. Le stanze decorate con elefanti, allegrissimo, gestito da una coppia di fratelli simpaticissimi. Uno dei due ha una Royal Enfiel Bullet 350. Parliamo a lungo del mio viaggio delle moto. Il suo sogno è comprarsi una Bullet 500. E’ entusiasta di quello che sto facendo, e mi chiede:
"Da solo?".
Mi limito ad annuire.
Poi vede il navigatore va in visibilio. Parcheggio, mi tolgo la polvere di dosso, mi cambio e mi avvio verso il paese.
Attraverso tutto il mercato locale con la moto e arrivo all’estremità del lago. Uno spettacolo da sogno. Non sono un tipo mistico, il mio modo di meditare è agire. L’equilibro, l’energia interna in comunicazione con quella del nostro pianeta, sono concetti che tratto con benevola condiscendenza. Gli unici centri di energia che avverto dentro di me sono un’ulcera che sto allevando da tempo e delle chiazze di colesterolo che si aggirano nel mio sangue. Ma…
Il lago mi ha stregato. Mi tolgo gli stivali, non si può camminare con le scarpe vicino l’acqua, procedo scalzo sino a quasi il bordo e mi siedo. Guardo, scatto delle fotografie (di nascosto, mi vergogno, mi sembra di fotografare una cosa molto intima). Centinaia di persone sono sedute vicino la riva. Si bagnano con l’acqua del lago, pregano, meditano. Sono fortunato, la maggior parte delle persone è indiana. Pochi turisti.
Rimango incantato per ore. A meditare? Direi di no, però ho pensato a molte cose… Guardando il lago, gli uccelli che si staccavano interrottamente dall’acqua. La mia ulcera, alla fine, si è offesa, si è sentita trascurata.
Rientro al tramonto, preparo di nuovo il bagaglio. Ceno in stanza, the e biscotti in camera. Faccio attenzione al cibo, stare male in moto non è il massimo, e la mattina dopo devo partire per il deserto, Jodhpur. La città blu.
6) Pushkar – Jodhpur 310 km 4,5 ore
Parto presto, la strada continua a essere buona, viaggio veloce, verso il deserto. Dove anche l’asfalto è giallo. Il paesaggio cambia bruscamente, ma il caldo non arriva. Mucche ovunque. La strada è poco trafficata, mi permetto il lusso di rilassarmi. Lo sguardo si perde lontano.
Due brevi soste, al sole, per riscaldarmi e bere dell’acqua. Lo sguardo in avanti, cercando la mia destinazione. Jodhpur, assieme a Jaisalmer, è una città visibile. Un imponente forte ne annuncia la presenza da lontano. Come le nuvole su un’isola quando viaggi per mare. Posso immaginare le aspettative dei viaggiatori di un tempo, spingere lo sguardo verso l'orizzonte, cercando il segno della città.
L’arrivo è rocambolesco. Il mio albergo è nella città vecchia, strade strettissime, in cui due moto fanno fatica ad incrociarsi. Soprattutto se c’è una mucca di mezzo. Il navigatore, questa volta, non mi assiste. Giro in tondo. Più volte. Chiedo. Alla fine trovo la mia guest house. Blu. Come tutta la città. Jodhpur, la città blu.
La stanza non è pronta. Vado sul tetto che è dominato dal forte. Bevo un the bollente sotto un sole caldissimo. Ma l’aria è fredda, per tutto il viaggio sono stato con la maglia termica e la giacca tutta chiusa. Ma al sole, fermo, il freddo svanisce. Esco, giro per il bazaar, comincio ad organizzare il mio cenone di capodanno. Compro frutta secca, ciotoline di acciaio (le vendono a peso!), un ananas.
Ora rimane un solo problema: come freddare degnamente il mio Veuvet Clicquot? Ci penserò domani. Ceno con delle cose fritte bollenti prese per strada. Buone in modo indecoroso. Sento l’energia fluire nelle mie chiazze di colesterolo.
Dormo come un sasso e vengo svegliato alle sei da un Muazim improvvisato che sta a 20 metri dalla mia stanza. Poi lui si cheta e io mi riaddormento. Dedico la mattinata del 31 dicembre alla visita del forte. La possenza della struttura, costruita su una base di 200 metri di roccia, la sua bellezza e la vista della città dall’alto mi tolgono il fiato. Giro per ore, senza stancarmi. Pranzo con altre cose fritte. Oramai sono amico del venditore, mi riconosce, ed è molto divertito dal fatto che io mi intrufoli nella fila dei clienti, come se vivessi lì, e mangi di gusto le cose che lui fa. Avvolte in un pezzo di giornale.
Torno in albergo, rabbocco l’olio della moto, controllo che tutto sia a posto, domani devo fare 275 chilometri. Preparo le sacche, e poi organizzo il mio cenone di capodanno. Un istante di imbarazzo: a che ora festeggiare (non il cosa, il quando)? La decisione è resa più difficile dallo strano fuso indiano: +4,5 ore. Poi guardo l’orologio, faccio due conti e decido che avrei festeggiato il capodanno sul fuso di Taipei.
Perché Taipei?
Qualche strano legame con quell’esotico posto? L’assonanza del nome?
No.
Semplicemente perché lì è mezzanotte ADESSO e io ho fame e sonno e domani ho in programma di partire presto per Jaisalmer.
Lo champagne è perfetto: l’acqua corrente nel deserto è ghiacciata, e avevo messo la bottiglia a mollo da tre ore.
Poi a letto, cullato dalle bollicine: domani si parte per il deserto profondo…
Buon anno a tutti.
7) Jodhpur - Jaisalmer 275 km 5 ore
Mi sveglio in un albergo pieno di persone che dormono sui divani. Mi guardano strano, come dire: “Ma quanto si agita questo di prima mattina, è il primo dell’anno”. Ma lo fanno in modo bonario. Questa cosa di viaggiare da solo su una Bullet mi rende simpatico a tutti. Carico la moto e mi metto in cammino. La strada peggiora leggermente, ma continuo a viaggiare "veloce". Diventa sempre tutto più piatto. E più giallo. Incontro dei cammelli (ovvero, sarebbero dromedari ma tutti li chiamano cammelli, e allora mi piego al dire comune...).
Di nuovo spingo lo sguardo lontano, lungo l’asfalto giallo. Cerco il forte di Jaisalmer, ma sono ancora troppo distante. Vado piano, sto lentamente smaltendo lo champagne di ieri sera. Mi fermo spesso per riposarmi e mangiare un biscotto. Il sole è ormai alto ma l’aria continua a essere fredda. Finalmente vedo qualcosa. Ma il navigatore mi porta via dal forte, avevo scelto un albergo “comodo” per riposare e scrivere, leggermente fuori mano. Di nuovo una strada di sabbia e sono arrivato. Devo mettere un sasso sotto il cavalletto laterale, altrimenti la moto, sulla sabbia, cade. Sono stanco, entro nella stanza, mi faccio la doccia e mi sdraio sul letto. Ma l’idea del forte mi risveglia. Esco, faccio un breve giro esplorativo, giro intorno al forte, scatto delle foto. Poi torno in albergo, ceno presto e svengo sul letto.
La mattina dopo mi alzo presto, prendo la moto, entro nel forte. E scopro che è abitato! Una città vecchia racchiusa da mura. Di nuovo passo ore guardandomi in giro col fiato corto. Sotto, la parte non fortificata, una serie di case basse, gialle. Sembra di essere in Africa, in Marocco. Giro in mezzo alle case, alle persone e agli animali che vivono lì. Mi fermo a bere un the col sole in faccia. Di nuovo mi ritrovo a pensare. Ma non a meditare. A conti fatti sono sempre un ingegnere…
Poi scendo in albergo, voglio pianificare bene le ultime tappe, il tempo stringe, e sono molto lontano da Delhi. Comincio a pensare all’aereo che mi riporterà in Italia. Cambio pensieri. Salgo sul tetto a guardare il forte illuminato. Poi preparo le sacche e vado a dormire. Domani ultima tappa nel deserto, Bikaner, ai confini del grande deserto del nord del Rajastan.
8) Jaisalmer - Bikaner 330 km 5 ore
Parto la mattina presto. Ormai ho capito, chiedere informazioni sulla qualità della strada è inutile. Meglio tenersi larghi con i tempi. Fa freddo ma l’aria è limpida. Altri cammelli/dromedari. Poi l’asfalto cambia colore. Compaiono sfumature di rosa che mi accompagneranno per tutta la strada. La strada continua a essere buona, la media di viaggio si mantiene alta (65 km/h !). Il paesaggio è sempre più desolato, ma si intuisce una frenetica attività lavorativa. Bikaner si trova sul bordo del grande deserto a nord del Rajasthan ed era una tappa di frontiera delle carovane che si spostavano sull’antica “via della seta”, collegando l’Asia centrale e il nord dell’India. Immagino di spingermi tra le dune. Anche con un viaggio usa e getta di un giorno in cammello dormendo nel deserto. Ancora non so che un banale ma robusto problema intestinale mi impedirà di realizzare questo mio obbiettivo. La prossima volta mi organizzo per un viaggio nel deserto con la moto: le vedrò le dune, cavolo!
Viaggio senza mai fermarmi in questo deserto affollato.
Sì, affollato.
Le poche soste, di una manciata di minuti, mi hanno fatto scoprire questa cosa. Mi fermo (motivi fisiologici, sete, fame, sedere intorpidito) in un posto in mezzo al nulla. Immancabilmente, dopo poco, sbuca qualcuno.
Che cammina. Da dove viene?
Ma, soprattutto, dove va?
Non c’è nulla di visibile per decine di chilometri…
Oppure bambini. La moto, ma soprattutto la mia tuta spaziale, li attirano inevitabilmente. Appaiono dal nulla, mi si mettono di fronte e mi guardano. Non riescono a tradurre in parole la loro richiesta. Non sanno neanche loro cosa vogliono effettivamente. Forse solo esternare stupore.
Quello che incontro in questa tappa è basito, lo sguardo fisso sulla mia giacca, la indica in continuazione e sgrana gli occhi. Gli faccio toccare le protezioni sui gomiti. Sgrana ancora di più gli occhi.
Divido con lui i biscotti che rappresentano il mio pranzo, lui cerca di rifiutare ma poi li mangia con gusto. Beviamo dell’acqua (lui nota che bevo senza attaccarmi alla bottiglia. E fa lo stesso), e gli lascio il sacchetto con i biscotti avanzati.
Gli chiedo dove sia la sua casa.
Indica un posto che non esiste.
Vede la macchina fotografica, vuole essere fotografato. Poi lo saluto e riparto. Più triste di prima. Poi la strada rosa mi distrae nuovamente.
Anche Bikaner ha un forte, ma è basso, non si vede da lontano.
Comincio ad essere stanco. Il viaggio comincia a farsi sentire, sono in moto da due settimane. A Bikaner, per riposarmi, avevo scelto uno strano albergo, una suite da quasi 40 euro a notte! Il proprietario ha arredato l’albergo con oggetti di famiglia, foto, mobili. Divertentissimo. In breve mi approprio del tutto. Ma non mi sento benissimo, rimango in albergo a scrivere e riposare. Andrò in giro domani.
La mattina mi avventuro per Bikaner. Il posto è frenetico, dà ancora l’idea di una città di frontiera. Visito il forte. Rosa. Un museo bellissimo, con armi e strumenti di tortura di ogni genere. Provo ad immaginare i combattimenti di quei tempi. Continuo a non star bene. Torno in albergo. Decido di restare un giorno in più. Mai decisione fu più saggia. Il giorno dopo sto malissimo, febbre alta misurata dal mio termometro piatto a cristalli liquidi. Quasi 39. Mi preoccupo, sono ancora lontano da Delhi e dall’aereo che mi deve riportare in Italia.
Strategia conservativa: mi metto tutti i maglioni che ho, mi ficco sotto tutte le coperte per tutto il giorno, bimixin e tachipirina come fossero caramelle.
L’unica occasione in cui mi sono sentito veramente solo e lontano da casa. Cullato dalle preghiere rituali dei Muezzin. Aspetto il giorno dopo per decidere se prendere antibiotici. Mi addormento verso le 7 di sera.
9) Bikaner – Jaipur 340 km 5 ore
Mi sveglio la mattina presto, debole ma senza febbre. Decido di partire. Mi muovo lentamente, carico la moto a puntate. Pago l’albergo e metto in moto la Bullet. Al benzinaio sono costretto a spegnerla. Non riparte. Due tentativi e pausa. Altri due tentativi. Pausa. Mi gira la testa. Finalmente si mette in moto. Con la scusa di scaldarla aspetto 5 minuti. Poi mi metto in viaggio. Scoprirò di aver lasciato nell’albergo un attrezzo della Leatherman che mi accompagnava da oltre 20 anni e mi ricordava una cara persona che non c’è più. Me ne sono fatto una ragione, meglio lì che altrove. Spero che l’indiano che l’ha trovata la apprezzi a dovere.
Ho perso molte cose in questo viaggio, ma ne ho trovate altre. Il bilancio è nettamente positivo.
Viaggio con cautela, sono debole. Per fortuna la strada continua a essere buona. Poche soste, mangio avidamente dei biscotti (ero a digiuno da 24 ore) e mi avvicino a Jaipur e i suoi aquiloni. Poche foto. Arrivo nell’albergo in cui ero stato. Mi sento a casa.
Dovrei inventare una parola. Per esprimere quel senso di familiarità per una zona piccolissima, conosciuta, in un posto completamente ignoto.
Mi riconoscono, mi fanno le feste. Scarico la moto, mi butto a letto, dormo sino alla mattina dopo, senza mangiare. Mi sveglio riposato e affamato. Passato tutto! Euforico, ma non tanto da fare una colazione indiana: the e biscotti. Prendo la moto, e mi lancio a vedere quello che mi era sfuggito la prima volta. Un osservatorio astronomico del 1500! Con strumenti di pietra per puntare e misurare la posizione di stelle e pianeti a occhio nudo. E misurare le ombre del sole. Con i gradi incisi nel marmo. A casa ho un telescopio moderno, elettronico, che insegue le stelle automaticamente, ma questo…Tutto quello che so sull’argomento mi sembra risibile.
E poi la casa delle donne, il palazzo dei venti, l’Hava Mahal. Una prigione dorata in cui le donne dell’harem potevano spiare attraverso mille buchi o piccole finestre, non viste, la vita della città. Da uno di queste finestrelle scatto delle foto a una donna, vestita in modo splendido, che lavora in un cantiere, trasportando sassi sulla testa.
Di nuovo mi aggiro, senza parole, e senza nessuno a cui dirle, in un mondo che appena intuisco.
Poi.
Poi mi lancio nel bazaar a comprare regali.
Domani si parte. Per tornare.
10) Jaipur – Delhi 270 km 5 ore
Ultima tappa. Oramai il viaggio è finito. Stanotte, alle due, il mio aereo. Rifaccio la terribile autostrada Jaipur Delhi.
Ma ora so.
Un freddo terribile. Mi fanno male le mani (unico errore dell’attrezzatura: i guanti troppo leggeri). Mi fermo ogni venti minuti per scaldarmi le mani sul motore.
Arrivo in albergo. Faccio le valigie.
Porto la moto a JP. Che mi accoglie con un sorriso. Gli racconto del mio viaggio. 3050 km. Fotografo tutte le Bullet che ci sono in giro.
E la MIA Bullet.
Gli dico che scriverò un libro e parlerò di lui. Si mette in posa. Guardo le foto che ha nel negozio mentre mi offre l’immancabile the. Masala chai.
All’inizio non mi piaceva. Ora mi ci sono abituato. Domani mi mancherà.
Mi domando chi sia veramente JP, cosa abbia mai fatto. Questa sua passione per le Bullet è sospetta. Forse abbiamo qualcosa in comune, ma nessuno dei due saprebbe dire esattamente cosa.
Lo saluto.
Mi allontano con una strana sensazione.
Poi capisco.
Sono a piedi.
Giro per il quartiere, una birra. Una KingFisher extra strong.
Brindo a una moto che non mi ha mai tradito.

Tutti sanno che anche il viaggio più lungo comincia con il primo passo.
Ma è meno noto che anche il viaggio più lungo finisce con un ultimo passo.
La sera, in taxi, andando verso l’aeroporto, vedo una piazza illuminata da tanti piccoli fuochi. A raggiera. Tutte persone che non hanno un posto dove dormire.
E fa freddo.
Tanto.
Ognuna, accucciata di fronte a un fuoco minuscolo. Quasi ad abbracciarlo. Qualcuno già dorme avvolto in un mucchio di stracci.
Non c’è spazio, sono talmente poveri che non possono condividere neanche un fuoco.
Ogni volta che ripenso a questo viaggio questa scena mi si ripropone nella mente.
Poi.
A casa.
Il tutto è già un ricordo.
Ma un ricordo indelebile.
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Informazioni pratiche
Io ho viaggiato tra il 21 dicembre e il 9 gennaio in India del nord. Freddo e nebbia! Sotto lo zero più volte. Sembra essere una costante in questo periodo dell'anno. Forse muoversi a metà novembre è assai meglio.
Conviene volare su Delhi. Ci sono voli diretti da vari scali europei e a Delhi c'e' tutto quello che serve. Il biglietto aereo si trova intorno agli 800 euro.
Benzina: costa circa 90 centesimi e i benzinai sono molto frequenti (tranne che in montagna). Una Bullet 500 con il pieno ed una tanica da 5l di benzina aggiuntiva fa circa 500 km.
Velocità media 60 km/ora in pianura 30Km/ora in montagna.
Autostrade gratis per le moto. Ai caselli, tutto a sinistra, c'è una corsia preferenziale. Occhio ai dissuasori.
Le strade in montagna sono più brutte, buche, guadi, sterrati. Nel Rajasthan le cose vanno molto meglio ma...
Consiglio vivamente Mukesh Motors ( http://www.mukeshmotors.com/contact.html ). J.P., il boss, è affidabile e il costo di affitto per una 500 è di circa 15 euro al giorno. Probabilmente si può ottenere uno sconto.
Navigatore satellitare. Io ho usato principalmente Navigon - India. Mi ha (quasi) sempre portato nei posti giusti. Unico neo: conosce solo le trade migliori e quindi, per andare su percorsi alternativi non funziona benissimo. In questo caso ho usato Sygic MapMyIndia che, se volete, vi porta anche su strade drammatiche. Entrambi sono diponibili su Iphone ( 62,99 e 26,99 euro, rispettivamente). Alla data del mio viaggio (dicembre 2013) TomTom non aveva le mappe dell'India. Occhio all'autonomia. Io viaggiavo con una piccola batteria a ricarica solare aggiuntiva (10h di autonomia).
Per qualunque informazione aggiuntiva non esitate a contattarmi a santucci@dis.uniroma1.it, specificando nel soggetto: Viaggio in India :-).
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